L'attacco di panico è un'esperienza destabilizzante, che però fornisce importanti informazioni sul disagio dell'individuo
L'attacco di panico
Giunge all'improvviso, come un ciclone travolge ogni cosa attorno alla persona, e un vortice violento raggiunge l'interiorità, spazzando via ogni certezza. È un aggressore che assale alle spalle e provoca un malessere difficile da descrivere, nel corpo, nella mente, nell'emotività. I sintomi sono infatti cognitivi: il pensiero di morire e di impazzire è tipico; somatici: tremori, sudorazione, palpitazione, addirittura parestesie; emotivi, perché la paura, il terrore e l'angoscia predominano.
L'attacco di panico è un evento spaventoso, sopraggiunge in modo repentino, apparentemente senza una causa che possa giustificare un simile stato di malessere e sofferenza globale; chi lo ha sperimentato sa quanto assuma le caratteristiche di un assalto violento.
La durata di questa esperienza destabilizzante è di circa 20 minuti, un tempo che sembra interminabile: la sensazione è di essere scaraventati fuori dal contesto, letteralmente alzati da terra da una forza invisibile e brutale, il corpo scosso in ogni direzione. La realtà che si stava vivendo sembra lontana, irrecuperabile; per contro la vita intorno scorre come prima, la gente continua a camminare, lavorare, fare compere, e questo paradosso rende chi è sotto le sferzate dell'attacco di panico ancora più spaventato.
Si tratta dunque di un effetto "predazione": improvvisamente la persona diventa preda, cede inevitabilmente alle grinfie di un nemico ignoto, che nullifica ogni capacità di decidere, reagire, ristabilire un controllo.
poi la turbolenza si placa, ma chi lo ha provato sa che si resta attoniti, nello sconcerto. In questa fase subentrano sintomi fisici importanti, generalmente sono presenti il mal di testa e il senso di spossatezza.
L'attacco di panico non si dilegua senza lasciare strascichi: subentra infatti la cosiddetta ansia anticipatoria, cioè la paura che quella morsa di ansia e terrore possa ripresentarsi di nuovo, e senza preavviso proprio come già avvenuto.
L'ansia anticipatoria è una scomoda compagna: la mente resta in uno stato di allerta e induce la persona a stare sempre in guardia: le ripete in continuazione che l'attacco potrebbe tornare, e la soglia dell'attenzione deve restare alta. Capita quindi di avere difficoltà a riprendere la vita di prima, si esce di casa solo se in compagnia di qualcuno, si trascurano le relazioni sociali e soprattutto le situazioni di aggregazione sociale, con il conseguente pericolo di isolarsi, peggiorando la condizione. Tristezza e vergogna finiscono spesso per prendere piede nell'interiorità della persona, che sente di non essere autonoma, si sente inutile e di peso per gli altri.
Un altro sentimento che accompagna colui, o colei, che è vittima dell'attacco di panico, è la sensazione di non essere compreso/a;in effetti gli altri difficilmente riescono ad esprimere empatia verso la sofferenza che si prova, anzi, frasi che non fanno che peggiorare lo stato d'animo vengono ribadite a gran voce, con forza, e talvolta con atteggiamento di rimprovero. Qualche esempio? "Non ti manca niente, non puoi deprimerti", "tirati su", "reagisci", "con la volontà ne vieni fuori". Questa molteplicità di affermazioni e consigli giudicanti non solo non sono di supporto, ma condizionano ancora di più la persona, che finisce per sentirsi un totale fallimento. Il soccombere alle emozioni di paura e angoscia, il vivere un costante stato d'animo di imprevedibilità alimenta il senso di inefficacia, collassa la fiducia in sé stessi, insomma è possibile che si strutturi uno stato depressivo importante.
L'attacco di panico, però, non può essere inteso come un nemico assoluto: è un sintomo poderoso, che è portatore di importanti informazioni, e scatena la sua forza per mettere la persona di fronte alla responsabilità dell'attenzione per sé, probabilmente trascurata da tempo. Siamo forse condizionati da ruoli che sentiamo dover ricoprire con efficienza, ma che non corrispondono alle nostre inclinazioni? Ci sentiamo forse responsabili per tutto ciò che può accadere a noi e agli altri? Cerchiamo quindi di mantenere il controllo su ogni azione, ogni evento, ogni situazione che graviti attorno a noi? Oppure rifiutiamo di delegare compiti che ci costringono a grandi sforzi, perché riteniamo di essere gli unici capaci di assolverli?
Avviene troppo spesso di dimenticare di ",essere", per dare la priorità al "fare", una dimensione che destina l'essere umano a dimenticare propri desideri, esigenze, preferenze, necessità, fragilità. Siamo macchine da guerra che ricoprono decine di incarichi in un solo giorno, supportati da strumenti tecnologici che ci consentono di intrattenere rapporti con più interlocutori al contempo, di scrivere una mail mentre siamo in una call internazionale, ad esempio. In un simile contesto è diventato ancora più difficile concedersi delle soste, dei momenti in cui si potrebbe e si dovrebbe riflettere sulla qualità della propria esistenza.
Come ogni sintomo, l'attacco di panico andrebbe ascoltato, ma soprattutto riconosciuto come una richiesta di aiuto, da parte del nostro corpo e della nostra mente. Infatti il loro rapporto armonico andrebbe preservato al fine di garantire l' equilibrio psicofisico dell'individuo; ma proviamo a fermarci un istante nell'arco della giornata, e accorgiamoci della nostra mente, e dei pensieri che sta producendo; sarà quasi certo che la nostra mente starà volando al passato, o al futuro, lasciando il corpo solo, fermo al momento presente, l'unico tempo che abbiamo a disposizione.
La consapevolezza dei meccanismi della nostra mente è fondamentale, come è essenziale migliorare la consapevolezza del corpo e dei meravigliosi strumenti che offre, come il respiro consapevole.